domenica 8 febbraio 2026

L’autoinganno come erosione delle radici familiari.

L’autoinganno come erosione delle radici familiari  

Dalla parresia simulata alla crisi del fulcro relazionale. Un’analisi del disinvestimento.

C’è un’idea comoda, e per questo resistente: che una famiglia si rompa per un evento. Un corpo terzo, una notte, un fatto che “accade”. Spesso, però, la frattura comincia prima e in modo più sottile: nel modo in cui la verità viene gestita, spostata, resa innocua. Non è solo il tradimento a ferire. È l’architettura che lo rende narrabile senza conseguenze.

Michel Foucault, nel 1976, con La volontà di sapere, rovesciava l’immaginario della repressione: il potere non agisce soprattutto imponendo silenzio, ma inducendo discorso. L’Occidente non ha smesso di parlare di sesso; ha imparato a parlarne senza fine, a confessarlo, a trasformarlo in verità su di sé. Siamo “animali confessanti”.

Oggi quel dispositivo non è scomparso. Ha cambiato sede. È scivolato nella vita domestica e nella sua forma più intima: la famiglia. Perché la famiglia non è soltanto un’organizzazione di compiti e ruoli; è una piccola macchina di verità quotidiana. Vive di presenza, di attenzione, di coerenza. Chiede spiegazioni, percepisce discrepanze, registra assenze. Per questo, quando la verità diventa troppo costosa, il soggetto contemporaneo non smette di confessare: trasferisce la confessione altrove.

È qui che l’autoinganno diventa erosione. Non esplosione. Erosione.


Dalla società confessante alla famiglia: quando la verità si sposta

Nella famiglia, dire la verità è sempre esposto a un rischio. Non un rischio astratto, ma concreto: una decisione da prendere, una fiducia da riparare, un equilibrio da rinegoziare, un’immagine di sé da perdere, un conflitto da attraversare. Per questo, quando il soggetto non vuole assumere quel costo, cerca una forma più facile di verità: una verità che faccia sentire autentici senza imporre responsabilità.

Qui nasce ciò che possiamo chiamare parresia simulata. Il soggetto prova l’ebbrezza del “dire il vero”, ma lo fa in un luogo in cui quel vero non produce trasformazione. È una confessione che non cambia nulla, se non l’autopercezione di chi la pronuncia. È il punto in cui l’“autenticità” smette di essere un atto e diventa un alibi.

Il risultato è un fenomeno specifico: la famiglia resta il centro logistico della vita, ma smette di esserne il fulcro relazionale. La casa continua a esistere come scenario; l’intimità, invece, migra.


La chat clandestina come eterotopia: un altrove che drena linfa

Se vogliamo capire la contemporaneità, dobbiamo prendere sul serio lo schermo non come strumento, ma come spazio. Qui il lessico foucaultiano torna utile: l’eterotopia è un “contro-luogo” reale, interno al mondo ma governato da regole proprie. La chat clandestina è un’eterotopia perfetta: è ovunque e in nessun luogo, è dentro la casa e contemporaneamente fuori dalla sua moralità, dalla sua memoria e dalla sua contabilità emotiva.

In quella stanza digitale avviene qualcosa che non coincide con il “segreto” nel senso banale. Non si nasconde soltanto: si produce una verità parallela. Frasi come “con te posso essere finalmente me stesso” non descrivono un fatto; stabiliscono un regime. In una sola formula, il soggetto istituisce una geografia morale: qui, nella famiglia, la finzione; lì, nella chat, la verità. Da quel momento, la vita reale può essere interpretata come prigione, mentre la vita clandestina assume la dignità di liberazione.

Questa è la potenza dell’autoinganno contemporaneo: non consiste nel mentire. Consiste nel raccontarsi una verità che si auto-protegge. Una verità che incorpora in anticipo tutte le obiezioni e le trasforma in conferme. Se qualcuno sospetta, è perché “non capisce”; se qualcuno soffre, è perché “non vuole vedere”; se qualcuno chiede chiarezza, è perché “vuole controllare”. Ogni resistenza diventa prova della propria autenticità. La verità, così, non è più un criterio che vincola l’azione: è un linguaggio che la giustifica.

E qui si vede l’erosione delle radici.

Una famiglia non si regge sull’assenza di problemi, ma sulla circolazione della linfa: l’investimento affettivo, la presenza mentale, l’energia disponibile per l’altro, la disponibilità a rimanere nel conflitto senza fuggire altrove. La chat clandestina, come eterotopia, sottrae quella linfa in modo progressivo. Non sempre produce un abbandono immediato; più spesso produce una presenza a metà, un’attenzione altrove, una irritabilità “inspiegabile”, un impoverimento del dialogo reale, una riduzione del desiderio domestico non per mancanza di tempo, ma per migrazione del desiderio stesso.

La forma più tipica di questa fase non è la trasgressione romantica. È l’amministrazione. Il soggetto diventa un burocrate del desiderio: conserva la struttura della vita familiare, ne garantisce il funzionamento minimo, ma sposta il centro emotivo dove non deve rispondere. La famiglia, allora, non viene negata: viene gestita. E proprio perché viene gestita, può seccarsi lentamente senza che nessuno riesca a indicare un “giorno” preciso in cui tutto è finito.


La crisi del fulcro relazionale e i ponti illusori

Quando il fulcro relazionale migra, la coppia e la famiglia tentano spesso una ricostruzione di superficie. Si parla di “ripartire”, di “ricomunicare”, di “ritrovarsi”. Ma se la verità decisiva resta confinata nell’eterotopia, ciò che si costruisce rischia di essere un ponte scenografico: appare come collegamento, ma non poggia su fondamenta reali.

Un ponte, infatti, non è un desiderio. È una struttura. Regge solo se attraversa il punto in cui la realtà si è spezzata. E il punto di rottura, in questi casi, non è soltanto l’esistenza di un terzo; è lo spostamento della verità in un luogo dove non costa nulla. Finché quel meccanismo resta attivo, ogni riconnessione rischia di essere un esercizio di ottimismo senza ingegneria.


Conclusione: la parresia come unica ricostruzione non illusoria

Negli ultimi anni del suo percorso, Foucault torna sulla parresia: il dire-il-vero come coraggio, come esposizione, come rischio. Non è confessione terapeutica, non è sfogo, non è “autenticità” da slogan. È verità che implica conseguenze. È verità detta nel luogo in cui può cambiare la forma della vita.

Se la parresia simulata alimenta l’eterotopia e consuma le radici, la parresia reale è l’unico gesto che può arrestare l’erosione e rendere possibile una ricostruzione non illusoria. Perché solo la verità, quando è assunta come responsabilità, può generare ponti che reggono: ponti tra ciò che si sente e ciò che si fa, tra desiderio e decisione, tra rottura e riparazione, tra “altrove” e casa.

Il punto è semplice e duro: oggi si parla moltissimo di sé, ma si rischia pochissimo. L’autoinganno prospera proprio qui, in questa sproporzione. E la famiglia, quando perde la verità che costa, perde anche la linfa che la tiene viva.

Lorenzo Sala  

Analista dell’autoinganno

Nessun commento:

Posta un commento

  Memoria, vendetta e l’autoinganno del soggetto ferito La memoria non è un archivio, è una scena Siamo abituati a pensare la memoria come...